Piccole azioni di grande impatto in città

Mentre il sole sbircia pigramente attraverso le tende, è in corso una temuta battaglia tra me e la sveglia – un duello al quale non ho mai dato la mia adesione ma che devo sopportare ogni mattina.

Con un sospiro più pesante di un sacco di patate, riconosco a malincuore la mia sconfitta alle 7 del mattino. Naturalmente, anche oggi non mi smentisco: sono in ritardo, come da tradizione del venerdì.

Date la colpa al peso di una settimana sulle spalle o a uno scherzo dell’universo per cui non sono ancora ricco sfondato nonostante i miei sforzi – e qui parte una risata gregaria da sit-com. Quindi, con la finezza di un elefante in un negozio di cristalli, mi preparo in fretta, afferro le chiavi dell’auto ed esco di casa, ma mentalmente non sono ancora pronto a partecipare al “waltzer” del traffico del venerdì.

Mentre percorro i meandri del labirinto di auto, non posso fare a meno di provare una grande meraviglia di fronte allo “spettacolo” di un uomo che con disinvoltura infila un sacchetto di spazzatura sotto la propria auto, e non per giocare ad “acqua, fuoco, fuochino”.

Sembra una scena uscita direttamente da una commedia distopica, dove la consapevolezza civica è relegata ai sedili posteriori e la pigrizia è seduta al volante.

Ora, lasciate che vi dipinga un quadro di questa città che chiamo casa (diciamo di nome, ma non di fatto). È un posto dove mucchi di spazzatura rivendicano la propria residenza in ogni angolo e si avvicinano sempre di più alle porte di casa come degli insistenti venditori porta a porta.

Non si può fare un passo senza incontrare una discarica improvvisata, con tanto di orchestra di mosche e sinfonia di esalazioni maleodoranti.

Gli stand gastronomici ambulanti si accoccolano vicino a imponenti monumenti di rifiuti, offrendo un’esperienza culinaria unica per gli audaci. E non dimentichiamo il vento – l’ammiratore (non così) segreto della città, che si diletta nel resuscitare sacchetti di plastica e mandarli in giro in capricciosi volteggi acrobatici, una sorta di campagna pubblicitaria gratuita per i supermercati con quei loghi che brillano luminosi sotto il sole.

I turisti, poverini, indietreggiano inorriditi quando scattano foto alle nostre affascinanti strade, e si chiedono se sono capitati in un universo parallelo dove la pulizia è un mito. Alcuni osano persino fare paragoni con terre lontane come l’Africa o l’India, ignari dell’ironia che cola dalle loro parole.

Ma ora sto divagando troppo. Torniamo alla scena in questione dove io, armato del coraggio di un guerriero ripieno di caffeina, mi avvicino al mastro di rifiuti abbandonati e chiedo:

Perché l’hai fatto? Non sai che è uno dei motivi per cui la città è così sporca?

Lui rimane in silenzio e mi fissa per un momento. So già che devo prepararmi a una reazione sgarbata, forse perfino un confronto verbale, ognuno pronto a difendere il proprio punto di vista. Invece, quello che accade dopo mi tocca nel profondo del cuore. I suoi occhi trapelano la consapevolezza dell’errore e la sua bocca pronuncia parole umili:

Mi dispiace tanto, so di aver sbagliato.

Ma quello che confessa in seguito mi scioglie il cuore completamente:

L’ho fatto perché la città è già sporca, e questo mi dà motivo di trattarla così.

Continua a scusarsi, ma io lo interrompo. Commosso da tutta l’atmosfera che si è creata, propongo di aiutarlo chinandomi per raccogliere tutto. Lui, però, si sente così in colpa che vuole spostare l’auto e fare tutto da solo.

Quando tornerai, non troverai più nulla

mi assicura. E poi, un gesto inaspettato. Prende dalla suo auto un cornetto alla crema confezionato e una statuina raffigurante un piccolo angelo nero. Un gesto semplice che sigilla un momento di condivisione di umanità. E poi iniziamo a chiacchierare e a sorridere sull’accaduto.

Un rimprovero, espresso con rispetto e per giuste cause, non è una critica, ma uno strumento di crescita individuale e collettiva.

La città, con le sue strade a volte trascurate, non può essere uno sfondo passivo della nostra esistenza: è un organismo vivente, un ecosistema che soffre o prospera in base alle nostre azioni.

I rifiuti abbandonati sono sintomo di una “malattia”, un segno di disconnessione dalla nostra comunità e dal pianeta che chiamiamo casa. Il regalo di quell’uomo è più di una semplice scusa. È un simbolo di riconciliazione, un’offerta di pace che trascende il contesto.

Il cambiamento inizia dal singolo, ma il suo vero potere si manifesta quando si diffonde attraverso la collettività, risvegliando le coscienze e ispirando azioni che ispirano cura e rispetto per il mondo che condividiamo.

Basta un atto di coraggio!