Canoni di bellezza tra continenti

La prima volta che misi piede in Occidente, portavo con me il ricordo delle strade vivaci della mia Africa, dove le curve generose delle donne sono celebrate come epitome di femminilità e bellezza.

Nella cultura della mia terra natale, il peso non è solo accettato, ma ammirato, e le donne robuste sono viste come icone di salute e prosperità. “Grassa” era un complimento, una parola carica di ammirazione e rispetto.

Quando arrivai per la prima volta in una grande città occidentale, fui immediatamente sommerso da un mare di immagini e messaggi che contrastavano nettamente con le norme a me familiari.

Qui, nei ritratti lucidi su enormi cartelloni pubblicitari e nelle pagine patinate delle riviste, regnavano figure femminili sottili, con lineamenti definiti, esaltate in un modo che mi sembrava completamente alieno.

La pienezza, che nella mia terra simboleggiava la salute, qui era vista con occhi molto diversi, spesso disprezzata e derisa.

Ricordo distintamente un pomeriggio passato in un caffè, dove osservavo un gruppo di giovani donne discutere animatamente dei loro piani per una vacanza al mare.

La conversazione, carica di tensione, si spostò presto sui temi delle diete e della perdita di peso. L’urgenza nelle loro voci, la disperazione nei loro commenti su come “dovere” perdere peso per quella vacanza, mi colpirono profondamente; erano in conflitto con i loro corpi piuttosto che celebrarli.

La mia ingenuità culturale si manifestò quando, nei primi tempi, feci un complimento a una collega. Le dissi con un sorriso che sembrava più bella, dopo aver preso un po’ di peso durante l’estate.

Il silenzio che seguì il mio commento fu palpabile, carico di imbarazzo. La sua risposta, un sorriso incerto e un rapido cambio di argomento, furono la mia prima amara lezione sul peso delle parole in questo nuovo contesto.

Un’altra volta, provai a fare un complimento simile a un’amica, lodando le sue “curve generose” come avrei fatto nel mio paese di origine.

La reazione di sorpresa e disappunto mi colpì come uno schiaffo: qui, tali commenti erano considerati fuori luogo, persino offensivi. La mia amica, con pazienza, mi spiegò più tardi che mentre in Africa un “grande sedere” è sinonimo di bellezza, nelle culture occidentali la magrezza è spesso vista come l’ideale da perseguire, lasciando poco spazio per apprezzamenti che a casa sarebbero stati considerati elogi.

Con il tempo, la comprensione di questo complesso tessuto di norme culturali e standard di bellezza, che variavano drasticamente da un continente all’altro, iniziò lentamente a formarsi nella mia mente.

Fu un adattamento difficile: imparare che ciò che in un luogo è un termine d’affetto, in un altro può essere visto come un insulto. Eppure, questo percorso è diventato un’esperienza di apprendimento profonda, un’occasione per scoprire la diversità della cultura umana e i vari modi in cui la bellezza viene espressa e celebrata in tutto il mondo.

Oggi, mentre le conversazioni su inclusività e positività del corpo guadagnano terreno anche qui in Occidente, trovo la voce e il coraggio di condividere le prospettive del mio retaggio africano.

Discuto dell’importanza della diversità e dell’importanza di accettare ogni tipo di corpo, sperando di allargare le definizioni spesso troppo strette di bellezza che una volta mi confondevano profondamente.

Condividendo la mia storia, invito gli altri a guardare oltre le lenti culturali personali, a comprendere che la bellezza è varia e si manifesta in ogni forma e dimensione in tutto il mondo.

Solo abbracciando questa diversità possiamo davvero apprezzare la ricchezza dell’umanità—un arazzo intrecciato da fili differenti, ciascuno prezioso, ciascuno bello a modo suo.