Covid, schiave nordcoreane nelle fabbriche cinesi per produrre mascherine e tute



Il governo britannico ha effettuato delle indagini sulla provenienza dei dispositivi di protezione individuale acquistati dalla Cina, in seguito al sospetto che le fabbriche dello stato asiatico impiegano donne nordcoreane e le trattano come schiave.

Si presumeva che le centinaia di migliaia di mascherine, ordinate dal Dipartimento della Salute, fossero prodotte nelle fabbriche della città nord-orientale di Dandong, sulle rive del fiume Yalu, al confine tra Cina e Corea del Nord.

In effetti, l’indagine ha rivelato che in questi luoghi di lavoro le donne ricevono solo il 30% del salario, mentre il restante 70% viene sequestrato dallo Stato nordcoreano: lavorano 18 ore al giorno, non hanno tempo libero, sono sotto costante sorveglianza e non possono lasciare liberamente le fabbriche.

Il manager di una di queste fabbriche ha rivelato:

Le lavoratrici non hanno giorni liberi. Non sono autorizzate a uscire. Lo [stato] nordcoreano le controlla. Fanno soldi per il paese.”

Guadagnano tra i 2.200 (£ 240) e 2.800 (£ 310) yuan al mese, ma devono consegnare la maggior parte dell’importo al loro manager nordcoreano, che passa le somme allo stato.

L’ONU ha classificato l’esportazione di lavoratori della Corea del Nord verso gli altri paesi come un lavoro forzato sponsorizzato dallo stato, che è una forma di schiavitù moderna, secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro.

Le fabbriche che utilizzano lavoratori nordcoreani violano specifiche norme delle Nazioni Unite.

Gli Stati Uniti hanno sanzionato la Corea del Nord e hanno vietato l’importazione di merci che sono state prodotte, in tutto o in parte, dai nordcoreani.

L’indagine ha rivelato che questi DPI sono stati esportati anche in Italia, Germania, Sud Africa, Corea del Sud, Filippine e Myanmar.

Tuttavia, non ci sono prove per poter affermare con certezza che ogni stato sia a conoscenza dell’esistenza di questa schiavitù nelle sue catene di approvvigionamento dei DPI.