Dalla hit dell’estate “Jerusalema” a un flashback di Mandela

Mentre riaccompagnavo un mio amico a casa in macchina, all’improvviso sento che alla radio mandano in onda la hit di quest’estate, “Jerusalema”. Una cosa che raramente succede in Italia, dove il patrimonio musicale non conosce ancora il genere Afrobeat, che altrove nel mondo ha già spaccato.
Mentre la ascoltavo, non potevo credere alle mie orecchie. Cercavo di spiegare al mio amico che quella è la canzone del mio continente: finalmente non stavo sentendo il solito reggaeton o il classico Youssou N’Dour.
Nella foga del momento ho iniziato a spiegargli il significato e il contesto storico del brano.
Quando gli ho detto che la canzone viene dal Sud Africa, gli ho dovuto specificare che Sud Africa è il nome di un paese, oltre al fatto di chiamarsi così perché si trova nella parte più meridionale del continente.
E così siamo finiti sul discorso “Mandela”
Quando si sente il nome di Nelson Mandela, la prima cosa che viene in mente è l’immagine di un combattente per la libertà, di qualcuno che ha lottato per la liberazione degli oppressi, qualcuno la cui vita è stata scacciata da altri uomini al potere, che volevano mantenere un particolare status quo.
Qual era il suo crimine? Nessuno! O meglio ancora: il suo crimine era quello di essere un uomo di colore che voleva sfidare la supremazia bianca!
Si tratta di un uomo che aveva diretto una campagna di sfida pacifica e non violenta contro il governo sudafricano e le sue politiche razziste. Quelle politiche che obbligavano i neri a non vivere in quelle città sviluppate fondate dai loro antenati. Questi poveri africani furono cacciati nei villaggi remoti, dove trovare un mezzo di trasporto giornaliero verso le città era quasi un miracolo.
Immaginate vostro figlio, vostra moglie incinta o vostro nonno malato che hanno bisogno di assistenza medica urgente, ma non potete permettervi di portarli in città perché qualcuno al governo ha approvato una linea politica secondo la quale il colore della vostra pelle vi ha automaticamente classificati come criminali. Immaginate di essere innamorati di qualcuno che “per sfortuna” è di un tono di pelle diverso dal vostro, e non potete rivelarlo a nessuno altrimenti la polizia potrebbe arrestarvi.
Queste erano alcune delle cose contro cui Mandela stava lottando, un movente sufficiente abbastanza per essere incarcerato per 27 anni. Aspettate un attimo, fate un respiro profondo, chiudete gli occhi e pensateci! Sapete quante cose potreste fare in 27 anni? Realizzare il sogno di diventare un medico, un avvocato, un ingegnere, un pilota, un insegnante, un infermiere. I sogni di Mandela gli furono tutti strappati via davanti ai suoi occhi: un avvocato di famiglia aristocratica letteralmente mandato a spaccare rocce in prigione. Ricordo di aver letto una volta che il povero uomo lamentava un forte mal di schiena, causato dalla rigorosa punizione fisica a cui era sottoposto.
Quasi per uno scherzo dell’ironia, quando anni dopo fu deciso di nominarlo vincitore del premio Nobel per la pace, si pensò di assegnarlo anche al presidente sudafricano dell’epoca, giusto per placare qualsiasi possibile reazione avversa da parte della supremazia bianca.
Come se non bastasse, gli stessi leader che avevano deciso la sua carcerazione per ben 27 anni, e che ancora fino al 2008 parlavano di lui come un terrorista, erano gli stessi che nel giorno della sua sepoltura versavano lacrime di coccodrillo, come se gli fosse importato qualcosa di lui quando era in vita.
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