Le scoperte che riscrivono la storia delle migrazioni in Australia



Gli aborigeni australiani sono i discendenti diretti dei primi uomini partiti dall’Africa alla scoperta di nuove terre.

Secondo gli esperti, questi antenati sarebbero giunti sull’isola circa 45-50.000 anni fa. Ma i nuovi ritrovamenti hanno messo in discussione le loro teorie.

Are Tamils and Aboriginal Australian related? - Quora

Un team di ricercatori americani ha recuperato, nella grotta di Madjedbebe all’interno del Kakadu National Park, a nord dell’Australia, un malloppo di reperti la cui datazione stabilisce la presenza dell’uomo già intorno a 65.000 anni fa, cioè ben 15.000 anni prima di quanto ipotizzato.

Madjedbebe rock shelter and surrounds. (A) Map of the Northern... | Download Scientific Diagram

Il sito archeologico di Madjedbebe è oggetto di ricerche fin dagli anni ’70. Ma sono state le ultime due spedizioni, condotte nel 2012 e nel 2015, a mettere in discussione le precedenti scoperte sulle prime migrazioni degli uomini dall’Africa all’Oceania.

La retrodatazione di ben 15.000-20.000 anni trova conferma nell’analisi condotta su ben 11mila manufatti rinvenuti grazie alla collaborazione esclusiva del popolo aborigeno che vive nell’area della grotta di Madjedbebe e che fino a quel momento aveva avuto l’esclusiva su tutti gli scavi.

Per datare i reperti, i ricercatori hanno studiato gli strati di sabbia e di terreno che li ricoprivano, utilizzando la luminescenza stimolata otticamente, una tecnica che rileva l’ultima volta che il terreno è stato esposto alla luce del sole.

Questa misurazione ha interessato 28.500 singoli grani minerali.

OSL (Optically stimulated Luminescence) e post-IR IRSL (Infra Red stimulated Luminescence)

Per capire come funziona questo metodo, pensiamo a un granello di sabbia come a una batteria scarica, che lentamente assorbe energia quando si trova in natura.

Il granello, una volta estratto, viene esposto a radiazioni ionizzanti in laboratorio al buio. La carica assorbita attraverso questa stimolazione esterna rimane intrappolata nel granello e interagisce con la quantità di radiazione di fondo presente nel luogo in cui si trovava sepolto.

Il campione viene poi stimolato ulteriormente con luce blu o verde o infrarossi (a seconda del materiale) che provoca l’emissione di un segnale di luminescenza, la cui intensità varia in base alla quantità di radiazione assorbita durante la sepoltura.

Dalla somma di questi dati si ottiene l’età del seppellimento di quel granello ovvero l’età di formazione.

Quanti di scienza: La luce che rivela l'eta' delle ceramiche

Il complicato rompicapo dell’evoluzione e degli spostamenti si sarà risolto o ci riserverà ancora delle belle sorprese in futuro?

The First Australians? – Popular Archeology