L’impiccagione di uno schiavo che diventò una cartolina per la comunità bianca



Il 17 giugno 1899, una ragazzina bianca di 14 anni, Millie Dougherty, denunciò di essere stata violentata e che lo sconosciuto in questione era un nero.

Ma una folla di bianchi infuriati riuscì a individuare il “capro espiatorio”: Frank Embree, un 19enne afroamericano di Fayette, nel Missouri.

Questi lo catturarono e lo portarono sulla scena del delitto, dove lo costrinsero a confessare.

Il persistente rifiuto di ammettere il suo coinvolgimento irritò ancora di più i presenti, che lo spogliarono completamente e lo frustarono.

Dopo 103 frustate, gli fu concesso di sedersi, ma Frank continuò a proclamare la sua innocenza e venne frustato altre 50 volte.

Quando capì che sarebbe morto in ogni caso, implorò pietà e confessò il crimine. Supplicò di non essere bruciato vivo, ma di essere impiccato o fucilato.

Quando “ammise” di aver violentato la signorina Dougherty, fu portato a una quercia vicina e gli fu permesso di pregare. Le persone attesero che finisse di pronunciare le sue ultime parole e lo impiccarono.

Il suo corpo senza vita, martoriato e sanguinante, fu lasciato in mostra per ore. Fu poi seppellito nel cimitero della chiesa “Monte Nebo”.

Le foto del suo linciaggio sono state trasformate in cartoline per la comunità bianca.

Dell’evento sono note tre fotografie, due raffiguranti il giovane da vivo e una da morto.

È così che l’ennesimo nero venne giustiziato senza un giusto processo e senza avere la possibilità di difendere la propria innocenza.