Omar bin Laden, la pittura per combattere l’Io tra passato e presente

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Omar Bin Laden è il quarto figlio di Osama Bin Laden.

La somiglianza con la figura paterna è incredibile, ma null’altro ha ereditato dal leader di Al-Qaeda.

Omar ha un’inclinazione artistica che deriva dalla madre.

Il lato materno della famiglia ha diversi artisti.

Mia madre ama la pittura e lo stesso si può dire di una delle mie sorelle.

Anche mio zio è un bravo artista.

Motivo per il quale il bisogno di disegnare e dipingere mi scorre nel sangue.

Omar dipinge soprattutto panorami con colori vibranti e pennellate piatte.

Sulle sue tele ricrea quella tranquillità perduta che gli permette di rievocare un’infanzia lontanissima prima della violenza e degli spargimenti di sangue.

Mi mancano i momenti più belli e divertenti, quei momenti in cui ero troppo giovane per vedere e troppo innocente per capire il mondo intorno a me.

Mi mancano le vastità delle dune del deserto e il rumore del mare.

Mi manca la pace dell’infanzia.

Quando Saddam Hussein invase il Kuwait, Osama, convinto di dover proteggere l’Arabia Saudita dalle forze irachene, convertì la fattoria di famiglia in una base militare.

Dopo tre anni, dopo aver rotto con gli stessi sauditi, la famiglia Bin Laden migrò in Sudan.

Omar trascorse l’adolescenza affiancando il padre. All’età di 15 anni venne portato in un campo di addestramento di al Qaeda vicino a Tora Bora, per prepararsi allo scontro armato con gli eserciti occidentali. A 16 anni fu impiegato in prima linea sul fronte della guerra civile afghana.

Tora Bora
Omar non ha mai avuto un buon rapporto con suo padre. Osama negava ai figli i giocattoli e li picchiava regolarmente. Cercava di convincerli a farsi avanti come volontari per le missioni suicide. Le sue truppe testavano i gas velenosi sugli animali domestici dei figli, e se Omar o qualcuno dei suoi fratelli si lamentava per un qualche sintomo asmatico, veniva detto loro di succhiare una cipolla o il miele da un favo.

A 18 anni, Omar abbandonò al Qaeda e andò in Siria insieme alla madre. Vide per l’ultima volta il padre nel 2001.

Nel 2008 Omar aveva affermato:

Molti pensano che gli arabi, e in special modo i bin Laden, soprattutto se figli diretti di Osama, siano tutti terroristi.

Ma questa non è la verità.

Voleva diventare un “ambasciatore di pace” e provare a rimediare a ciò che chiama “il grandissimo errore” del padre.

Un’impresa improbabile, dato che oggi si ritrova a combattere con la sindrome da stress post traumatico, un disturbo bipolare e con le cicatrici psicologiche della sua infanzia.

Ma grazie alla pittura è riuscito a raggiungere un po’ di pace interiore.

Voglio che il mondo sappia che sono cresciuto, che sono a mio agio per la prima volta nella mia vita, che il passato è passato e bisogna imparare a convivere con quanto ormai è accaduto.

Bisogna perdonare, se non dimenticare, affinché si possa essere in pace con le proprie emozioni.

Omar, che ora ha 39 anni, vive in una campagna della Normandia con sua moglie Zaina Mohamed Al-Sabah e un po’ di cavalli.

Anche Zaina è appassionata d’arte. I due si sono incontrati nel 2006, e da allora i due hanno passato ore a disegnare o sperimentare con Photoshop.

Con il COVID-19 hanno combattuto la noia, reinventando il loro lato creativo attraverso la pittura.

Villaggio sicuro

L’ispirazione bucolica dei suoi dipinti proviene dall’ambiente tranquillo che lo circonda, tuttavia dice:

M’intristisce il modo in cui il mondo è cambiato da quando ero bambino.

Vedo la tristezza negli occhi degli altri.

Sento il loro dolore, la solitudine e l’angoscia causata dalla guerra o dalle carestie, sento il dolore scatenato dalla violenza.

E questo spiega i toni più cupi di alcune sue tele, che sono una manifestazione della sua lotta interiore tra passato e presente.

“La Luce” è il dipinto che forse meglio rappresenta la sua personalità combattuta:

Credo di essere alla ricerca di un po’ di luce alla fine di questa strada oscura.

E spero che la pittura aprirà nuovamente la mia vita alla luce.



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