Più mangiavo, più mi odiavo, ma il cibo mi consolava



Quando mi chiamavano culona e balena, io mangiavo.

Quando mi dicevano

sai, con qualche chilo in meno, saresti più carina

io mangiavo.

Quando un ragazzo non voleva uscire con me a causa del mio aspetto, io mangiavo.

Quando non trovavo la taglia del vestito che mi piaceva, tornavo a casa e mangiavo.

Quando le persone ridevano del mio fisico, io mangiavo.

Quando mi ripromettevo di provare a mangiare meno, mangiavo ancora di più.

Quando passavo davanti ad uno specchio, lo evitavo, mi coprivo gli occhi e non guardavo. Poi mangiavo.

Quando pensavo a quanto fossero fighe le mie amiche, io mangiavo.

Quando mi raccontavano la storiella che tanto io ero intelligente, quindi che cosa me ne fregava del mio aspetto, mangiavo, mangiavo tanto.

Quando mi facevano una foto, vedevo solo un grande ammasso di grasso, non una persona, non vedevo me. E questo mi faceva sentire immensamente frustrata.

Per molti anni, in particolare quelli dell’adolescenza, il cibo è stato il mio più grande amico e nemico.

Mi faceva sentire al sicuro e mi consolava ma, al contempo, mi faceva odiare me stessa con tutto il cuore.

Se stavo bene mangiavo normalmente, se stavo male mangiavo voracemente.

Più mangiavo, più mi odiavo e quindi mi consolavo mangiando.

Non odiavo soltanto il mio corpo, odiavo la mia mente che mi faceva trattare così male il mio fisico.

Ero in un loop angosciante e non sapevo come uscirne. Non ne parlavo con amici e famigliari, perché non ne parlavo nemmeno con me stessa.

Come potevo? Mi vergognavo ed ero convinta che sarei rimasta sempre così, grassa ed imbarazzata.

Poi ho smesso di mangiare.

Era la soluzione più ovvia ed efficace per una persona iper razionale come me, prigioniera del proprio loop mentale estremamente irrazionale.

Mi pesavo e misuravo non so quante volte al giorno, contavo i grammi.

In un annetto ho perso 40 kg e tutti

oh, ma come stai bene, che dieta hai fatto?

Vivendo quasi da sola, era facile dire che mi era bastato togliere dei carboidrati qua e là, ma io sapevo la verità. Sapevo che mi veniva l’ansia, quando non erano attacchi di panico, quando mi trovavo davanti un piatto di pasta.

Sapevo che mi sentivo bene solo se mangiavo insalate o verdure grigliate. Sapevo che un eventuale invito a cena avrebbe messo a dura prova la mia stabilità mentale. Sapevo e mi controllavo costantemente, non ammettevo errori o debolezze.

E di nuovo, più mi controllavo in maniera ossessiva, più mi sfuggiva il controllo del mio corpo.

Una volta ho preso una pizza e l’ho buttata via appena arrivata a casa; sul momento non ero arrabbiata perché avevo gettato del cibo nella spazzatura, ma perché avevo avuto l’idea di mangiare una banale pizza.

So che sembrano paradossi consequenziali, nulla sembra avere un senso logico quando non riesci ad avere potere sulla tua mente e, quindi, sul tuo corpo. Ma i disturbi alimentari sono così, più cerchi di spiegarteli, più ricadi nelle loro dinamiche autodistruttive.

Sono passati anni prima che capissi che cosa stavo vivendo esattamente. L’ho fatto solo quando ho iniziato a seguire una terapia cognitivo-comportamentale e, anche se sembra scontato sottolinearlo, non è stato semplice ammettere che il rapporto con il mio corpo è stato malsano, frustrante e assurdo per più di 10 anni.

Per anni l’unica cosa che volevo essere era normale, come tutti gli altri.

La strada non era quella del controllo ossessivo verso le calorie ma la consapevolezza del cibo e l’amore – ora anche smisurato- per me stessa. Ed una lunga terapia psicologica.

#fiocchettolilla 💜